Un profumo sottile, che sa di natura, tempo e memoria, è il primo indizio che accoglie i visitatori appena varcata la soglia del Museo delle Erbe di Sansepolcro (Ar), vale a dire l’Aboca Museum. La struttura culturale si trova all’interno di uno degli edifici più eleganti della città, Palazzo Bourbon del Monte, un tempo residenza nobiliare.
Oggi l’edificio ospita un viaggio dentro il millenario rapporto tra l’uomo e le piante officinali, tra la loro conoscenza e la loro lavorazione.

Nella storia della medicina naturale
All’ingresso, l’affresco di Atlante che regge il mondo e le tavole botaniche degli antichi erbari della Bibliotheca Antiqua, guidano il visitatore in un viaggio nella storia della medicina naturale. «Il museo è nato nel 2002 per volontà del cavalier Valentino Mercati, fondatore di Aboca, l’azienda leader nel campo dei prodotti farmaceutici a base di complessi vegetali», racconta Erika, guida del museo. «La collezione era cresciuta a tal punto da rendere necessario uno spazio dedicato: da qui l’acquisto e il restauro di questo palazzo, durante il quale sono emerse anche tracce di un’antica spezieria medievale». L’esperienza culturale che ci aspetta è anche sensoriale.
Strumenti che diventano arte
Protagonisti della prima sala, i mortai, usati per ridurre in polvere gli ingredienti vegetali, raccontano la quotidianità degli speziali. Nei secoli furono realizzati nei materiali più diversi: alabastro, marmo, ferro, rame, terracotta, vetro. Fu infine il bronzo a imporsi come materiale ideale: resistente, compatto, non poroso.
«Sapete che la campana nasce dal ribaltamento del mortaio? Si usavano gli stessi stampi, bastava capovolgerli» spiega Erika. Strumenti essenziali fino al Trecento, con decorazioni sobrie come semplici costolature verticali o piccoli pomoli, dal Cinquecento in poi divennero oggetti d’arte: superfici ornate, motivi raffinati, fino ai decori floreali del Settecento, che richiamano la natura da cui tutto prende origine.

La “fotografia” botanica del passato
Le tavole illustrate tratte dagli antichi erbari della Bibliotheca Antiqua, al centro della sala, sono immagini minuziose, nate come strumenti pratici di riconoscimento ma oggi veri oggetti d’arte. La precisione dei dettagli e la delicatezza dei colori permettevano la “fotografia” botanica in un’epoca in cui solo attraverso il disegno si distinguevano e catalogavano le piante. Il processo di creazione partiva da una matrice di pietra, legno o rame, incisa a mano. Nei solchi si stendeva l’inchiostro e premendo poi la carta si otteneva la stampa. Ogni foglia, ogni nervatura veniva incisa una a una. Spiega Marika Pecorai, project Coordinator del museo:

«Gli erbari raccontano la storia dell’uomo che osserva, studia e cura attraverso la natura».
Quando la scienza incontra l’arte
Nella sala delle ceramiche da farmacia, un bagliore caldo rimbalza sulle superfici smaltate e accende i profili di brocche e albarelli, evocando l’atmosfera di una bottega rinascimentale. racconta Marika. «Questi vasi raccontano un equilibrio perfetto: forma, materiale, contenuto, decoro e funzione».
La doppia esigenza era chiara: contenitori impermeabili, adatti a conservare i medicamenti, ma anche oggetti belli, all’altezza del prestigio dello speziale. «La ceramica rispondeva a tutto. Impermeabile grazie alla vetrificazione, luminosa per l’ossido di stagno: tecnica e bellezza qui non si separano».
Erbe in una stanza
Cuore pulsante del museo è la sala ove mazzi di erbe medicinali pendono dal soffitto: un giardino sospeso, intriso di profumi. Qui si scopre che la raccolta delle erbe non era mai casuale: si rispettavano i cicli lunari, le condizioni atmosferiche, e soprattutto il “tempo balsamico”, momento in cui la pianta racchiudeva il massimo delle sue proprietà curative. Un sapere prezioso, custodito dalle guaritrici, tramandato di bocca in bocca.

Alla scoperta di tradizioni e riti
Non mancavano i rituali: per raccogliere la camomilla, ad esempio, si pronunciava un’invocazione quasi poetica: «Ti prendo, o erba, per la nubecola bianca della pupilla e per il dolore agli occhi, affinché tu possa prestarmi soccorso». Ancora, la mandragora, temuta per i suoi poteri, andava sradicata con l’aiuto di un cane legato a una corda, mentre chi assisteva si tappava le orecchie per non udire l’urlo mortale che la pianta avrebbe lanciato al momento dello strappo.
Questa commistione di conoscenza botanica, fede e magia, che si ritrova negli strumenti di essiccazione e conservazione esposti nelle teche, si spingeva in un territorio ambiguo che, nei secoli più bui dell’Inquisizione, portò molte guaritrici a essere accusate di stregoneria. «La conoscenza delle erbe era potere», spiega Marika. «E chi la possedeva, spesso pagava un prezzo alto».

Il teatro dei rimedi
L’ultima parte del percorso è un piccolo palcoscenico del Seicento. Tra alambicchi e distillatori, lo speziale mescolava essenze e spezie esotiche. Dall’alto, un coccodrillo imbalsamato, simbolo di conoscenza e fertilità, veglia sulla scena. «Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma», recita il motto di Lavoisier. Tra Settecento e Ottocento, infatti, vengono isolati principi attivi fondamentali come chinino, caffeina, morfina, codeina e salicina. «Qui inizia la modernità: l’uomo impara a isolare i principi attivi, a trasformare la natura senza tradirla», dice la guida. È la nascita della scienza moderna, il punto in cui il sapere antico incontra la ricerca.
La cella dei veleni
Un cancello in ferro battuto introduce la cella dei veleni, dove i teschi scolpiti ammoniscono chi si avvicina. Qui venivano custodite sostanze tossiche, indispensabili ma pericolose. Solo la mano esperta del farmacista poteva dosarle con sapienza, trasformando un veleno mortale in una medicina salvifica.

La farmacia ricostruita
La visita termina nella ricostruzione di una farmacia ottocentesca, con scaffali di pino, vasetti ordinati e un banco da speziale. Sopra, il coccodrillo e la tartaruga vegliano come simboli di fertilità vegetale e compassione verso gli animali. Due iscrizioni salutano il visitatore: un invito a riflettere sul futuro e a proseguire la ricerca in campo botanico e medico. Il profumo delle erbe accompagna i passi dei visitatori che lasciano il museo.
E la storia ripercorsa suggerisce come potremmo tornare a vivere, in ascolto della natura che da sempre ci sostiene.
















