Sette dei nove limiti planetari sono stati superati e uno di questi, l’acidificazione degli oceani, è una novità di quest’anno. Ad annunciarlo è Johan Rockström, direttore del Potsdam Institute for Climate Impact Research in occasione della pubblicazione, pochi giorni fa, del rapporto Planetary Health Check 2025. «Oltre tre quarti dei sistemi di supporto della Terra non si trovano nella zona di sicurezza», ha affermato Rockström.

«L’umanità si sta spingendo oltre i limiti di uno spazio operativo sicuro, aumentando così il rischio di destabilizzare il pianeta».
I nove indicatori
L’autorevole report pubblicato dall’istituto di ricerca tedesco assomiglia a un bollettino medico che, di anno in anno, valuta lo stato di salute del paziente. In questo caso, il paziente è il nostro pianeta e possiamo dire che non se la passa benissimo. Se gli asterischi nelle analisi del sangue ci allarmano, anche di fronte a questo report non possiamo infatti che provare la stessa sensazione. Qui gli asterischi che indicano il superamento di una soglia critica sono ben sette, a fronte dei nove parametri valutati:
- riduzione dello strato di ozono
- aumento delle particelle inquinanti nell’atmosfera
- acidificazione degli oceani
- cambiamenti nelle risorse idriche
- cambiamenti nell’uso del suolo
- cambiamento climatico
- alterazioni dei cicli biogeochimici dei nutrienti (azoto e fosforo)
- introduzione di nuove entità (composti chimici sintetici rilasciati nell’ambiente, come plastiche e microplastiche)
- cambiamenti nell’integrità della biosfera (perdita di biodiversità).
Solo per i primi due indicatori, strato di ozono e particelle atmosferiche, al momento siamo entro i limiti planetari (planetary boundaries).
Resilienza agli sgoccioli
Se i limiti planetari vengono superati, aumenta sempre più il rischio che il sistema Terra perda la propria stabilità e resilienza. E un pianeta che non riesce più ad assorbire le perturbazioni e a ristabilire gli equilibri ecologici perde anche la capacità di sostenere la vita. I nove processi scelti per valutare lo stato di salute della Terra sono fondamentali proprio per questo: mantenere il nostro pianeta stabile, resiliente e capace di sostenere la vita. Per oltre 10mila anni, le condizioni planetarie sono rimaste pressoché immutate e propizie alla vita e al fiorire delle civiltà umane.
Ma negli ultimi 150 anni l’impatto delle attività umane sull’ambiente è diventato sempre più marcato, con un’accelerazione che si è fatta vertiginosa negli ultimi decenni e ha mandato in knock-out gli equilibri planetari. L’uso di combustibili fossili, il rilascio di sostanze inquinanti nell’aria, nell’acqua e nel terreno, il sovrasfruttamento delle risorse e la distruzione del patrimonio naturale sono tra le cause più gravi dell’attuale crisi planetaria. I nove limiti planetari servono proprio a monitorare la criticità degli impatti antropici sui processi naturali che sostengono la vita per come oggi la conosciamo.
Zona a rischio
Sono quindici anni che i ricercatori dell’Istituto di Potsdam, insieme a esperti internazionali, tastano il polso alla Terra e il referto è diventato sempre più da “codice rosso”. Nel 2009, solo tre dei sette limiti planetari valutati al tempo erano oltre la soglia critica (perdita di biodiversità, cambiamento climatico e cicli dei nutrienti). Oggi, come abbiamo visto, gli indicatori sono saliti a nove e sette hanno superato i limiti planetari e sono entrati nella zona a rischio crescente. Il rischio, lo abbiamo già detto ma val la pena ripeterlo, è quello sempre più tangibile che il nostro pianeta non riesca più ad assicurare le condizioni necessarie a sostenere la vita degli esseri umani e di moltissimi altri organismi viventi.

Liquido vitale
Il nostro sangue è leggermente alcalino, con un pH compreso tra 7,35 e 7,45. Un aumento anche lieve dell’acidità (così come della basicità) di questo liquido vitale può avere gravi ripercussioni sull’intero organismo. Qualcosa di simile succede a un altro “liquido vitale”, l’acqua oceanica.
Anche gli oceani sono leggermente alcalini, con un pH di circa 8,2 per acque in condizioni di equilibrio naturale. Oggi però il pH degli oceani è sceso di oltre 0,1 unità e non è poco: questo calo nel pH si traduce in un aumento dell’acidità del 30-40%, come riporta il Planetary Health Check 2025.
Gli effetti sulla biodiversità
La causa è riconducibile ancora una volta alle attività umane e in particolare alle emissioni di anidride carbonica in atmosfera. Questo gas reagisce con le acque superficiali oceaniche formando acido carbonico, che va quindi ad aumentare l’acidità delle acque stesse. Acidificazione degli oceani e cambiamento climatico sono quindi strettamente associati. Gli effetti sugli ecosistemi marini sono già evidenti, con ripercussioni particolarmente gravi sui coralli e le barriere coralline, su molti molluschi che vedono le loro conchiglie sciogliersi e sulla vita marina nell’Artico.
Invertire la rotta
Lo stato di salute del pianeta è molto precario e il “blue dot”, il pallino blu che segnala la gravità della situazione si sta muovendo ogni anno di più verso la fascia rossa. Entrando nella zona a rischio alto, la probabilità che i cambiamenti nei processi naturali siano irreversibili su scala planetaria è sempre più alta. Ma come ci ricorda lo stesso report, la finestra è ancora aperta per trovare soluzioni per la cura del pianeta. «Le interconnessioni tra i limiti planetari mostrano come gli impatti di un pianeta sotto pressione, a livello locale e globale, interessino ognuno di noi, in tutto il mondo», sottolinea Boris Sakschewski, co-direttore del Planetary Boundaries Science Lab e uno dei principali autori dello studio.
«Il benessere, lo sviluppo economico, la stabilità delle società umane richiedono un approccio olistico, ed è urgente collaborare per trovare soluzioni condivise e concertate a tutto tondo».


















